Investire in energia rinnovabile: opportunità, guadagni e strategie

Le fonti rinnovabili: l’energia del futuro (e del presente)

Volete farvi un bel regalo per l’inizio del nuovo anno? Investite nelle energie rinnovabili. Ok, ad essere sinceri questa frase potrebbe anche essere stata scritta almeno un lustro fa, perché non è certo da oggi che si sa che le classiche fonti alternative rappresentano un investimento sicuro.

Ma più passano gli anni e più è inversamente proporzionale il rapporto tra i rischi e il ventaglio delle opzioni a disposizione. Il 2020 può quindi rappresentare l’anno della scommessa (vincente) per chi è indeciso da qualche tempo.

I dati

Qualche numero, per iniziare. Secondo fonti ISTAT il 30% dell’energia prodotta in Europa arriva da fonti rinnovabili. Limitatamente al 2018 il 32,3% dell’elettricità dell’Europa è arrivato da fonti “green”, mentre in Italia ci si attesta sul 35% del totale della produzione di energia.

Numeri non da trascurare, ma non ancora in linea con la mission affidata dall’Europa visto che il dato di cui sopra va calcolato in relazione al peso delle fonti rinnovabili rispetto al consumo finale lordo che per l’Italia è attualmente pari al 18,3%, contro il 20% “richiesto” dal Continente. L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) prevede, infine, che nel 2023 le energie rinnovabili copriranno il 12,4% del fabbisogno globale di energia.

Anche chi non è esattamente un teorico della questione può intuire già dal termine, energie “rinnovabili”, che si tratta di fonti che non sono esauribili. Un bel vantaggio che si accoppia con il fatto che si tratta di energie pulite, ovvero che non danneggiano le risorse naturali del pianeta Terra e migliorano la qualità dell’aria riducendo al contempo l’effetto serra e il surriscaldamento globale perché permettono di evitare la combustione di fonti fossili, quali carbone, petrolio e soprattutto metano, alla base dei metodi classici di produzione di energia e quindi lo sprigionamento nell’ambiente di una vasta quantità di sostanze nocive.

Le opzioni come detto sono molteplici e partono da due elementi della natura, sole e vento, senza dimenticare l’acqua, materia prima naturale. L’energia solare è quella prodotta dai pannelli fotovoltaici, pannelli solari termici o a concentrazione, quella eolica è data dalla forza del vento, mentre quella idroelettrica sfrutta la potenza dell’acqua.

 

Investire in Energie Rinnovabili

investire in energie rinnovabili

Perfetto. Una volta “convinti” ad accettare la sfida del XXI secolo in fatto di fonti di energia e di rispetto della Terra e una volta compreso che scommettere sulle fonti green di energia non rende ambientalisti in modo fine a sé stesso, ma permette di vivere in un ambiente migliore per sé e per le generazioni future, bisogna individuare quale scegliere tra le tante opzioni a disposizione e soprattutto quale sia la più conveniente. Infine, provare a capire i margini di guadagno della “nostra” scelta”. Investire nelle fonti rinnovabili non è solo semplice, ma anche conveniente e può portare a guadagni considerevoli e troppo spesso sottovalutati. Semplice, si diceva, anche per chi non è del settore, ma soprattutto è poco rischioso, proprio perché la resa finale e le uniche variabili da cui far dipendere il nostro investimento sono legate agli eventi atmosferici.

 

Energie rinnovabili: cosa scegliere?

Investire nell’eolico: il boom dell’Oriente

La forza cinetica del vento è una risorsa per l’uomo da milioni di anni. I suoi utilizzi sono stati molteplici nella storia, dalle barche a vela fino ai mitici mulini a vento. Oggi la tecnologia permette di sfruttare il vento come fonte di energia e di riflesso di guadagno, possibilità che in una terra ventosa come il Belpaese diventa propizia. In Italia la stragrande maggioranza degli impianti si trova al Sud, ossia dove si trovano la aree più ventose, in particolare in Puglia e in Calabria.

Negli ultimi anni l’energia eolica è diventata l’energia rinnovabile meno costosa. Dal 2000 l’abbassamento dei costi rilevato è pari addirittura all’85%. I motivi sono molteplici. In primo luogo l’inevitabile evoluzione dei tempi, che di pari passi con il perfezionamento delle tecniche eoliche ha portato a una rapida discesa dei prezzi, ma non va sottovalutata l’importanza di un fenomeno che caratterizza altri settori legati alla vendita e al commercio, ovvero l’arrivo sul mercato della concorrenza proveniente dall’Oriente.

I tipi di generatori

L’”invasione” di nuovi competitors ha spinto, anzi costretto, le aziende europee ad abbassare i costi degli impianti. Si può quindi sostenere che il costo legato all’energia eolica sia legato principalmente all’investimento iniziale. Prima di partire bisogna individuare a quale tipo di generatori eolici affidarsi. Ne esistono di due tipi: quelli ad asse verticale, nei quali il rotore va orientato, attivamente o passivamente, parallelamente alla direzione del vento e che sono impiegati essenzialmente per uso domestico, quindi nel mini e nel micro eolico, e quelli ad asse orizzontale, ovvero le turbine più diffuse che caratterizzano i maggiori parchi eolici e che sono formati da una torre d’acciaio di circa 60-100 metri, che necessita di un basamento molto stabile per sostenere eventuali raffiche improvvise e una gondola sulla sommità, ovvero l’alloggiamento del generatore, azionato da un rotore con pale tra i 20 e i 60 metri. In questo tipo di generatori la direzione del vento non influisce sulla produzione di energia.

I costi

Come si diceva, in Italia i costi maggiori sono legati alla costruzione dell’impianto: basti pensare che il 70% della spesa per l’installazione di una turbina orizzontale da 600 kW, stimabile in una cifra compresa tra i 900 e i 1300 €/kW, è rappresentato proprio dal costo dell’impianto. La spesa sale vertiginosamente se si vuole puntare su una turbina verticale, assai meno diffuse sul mercato e alle quali si legano problemi legati ai ritardi alle normative che permettano l’allacciamento alla rete elettrica. Per questo il totale della spesa può essere compreso tra i 1500 e i 2000 €/kW.

Qual è allora il reale vantaggio per chi investe sull’eolico? La risposta è legata alle spese di manutenzione, piuttosto ridotte per entrambi i tipi di impianti, soprattutto rispetto alle altre fonti di energia. Dagli 0,045-0,075 €/kWh di una decina di anni fa si è scesi oggi ad un range compreso tra gli 0,035 e gli 0,045 €/kWh.

Ovvio, però, che oltre al “facile” mantenimento, per convincere a investire su questa fonte di energia occorre avere certezze sulla resa dell’impianto. Quest’ultimo aspetto dipende, come immaginabile, da svariati fattori. Il più scontato è legato alla velocità del vento e alla conseguente attivazione del rotore della turbina, ma non va trascurata neppure la variabile legata alle dimensioni della turbina stessa.

Prima di entrare nel dettaglio bisogna partire da un dato scientifico, ricavabile dalla Legge di Betz secondo la quale l’energia massima che può essere prodotta da un generatore corrisponde al 59,3% dell’energia prodotta dal vento che lo attraversa. Un generatore viene considerato ideale se in grado di garantire un’efficienza compresa tra il 40% al 50% viene considerato. Resta però il fatto che oltre il 40% del potenziale totale andrebbe disperso, argomento che torneremo ad affrontare a breve.

Se si sceglie di dotarsi di un grande impianto con una capacità di 2.5-3 MW si potrà anche arrivare ad ottenere una produzione di circa 6-7 milioni di kWh all’anno. A questo aspetto si lega però uno dei “minus” per chi sceglie di investire nell’eolico, visto che proprio a causa dell’andamento del vento non prevedibile ed estremamente variabile si stima che le turbine arrivino a produrre non più del 30-50% della propria capacità. Un vero peccato, perché a fronte di costi di attivazione e di manutenzione non elevati, il guadagno rischierebbe di restare in potenziale, a meno di incrementare la potenza elettrica attraverso l’utilizzo di pale più lunghe, con tutte le conseguenze del caso sul piano paesaggistico.

Per queste ragioni, per una famiglia italiana tipo composta da quattro persone si consiglia di puntare sugli impianti mini eolici che, se installati in posizioni ottimali, saranno in grado di produrre circa 1000-1800 kWh all’anno per ogni kW di potenza, ovvero la metà del fabbisogno medio totale, pari a un consumo di energia elettrica di circa 2700 kWh all’anno.

Associazioni

La più importante associazione del settore è l’Associazione nazionale energia del vento (ANEV). Nata nel luglio 2002, vede riuniti circa 90 aziende che operano nel settore eolico e oltre 5.000 soggetti, tra impiantisti, progettisti, studi ingegneristici e ambientali, produttori ed operatori dell’energia elettrica ricavata da fonti eoliche.
Le stime sul potenziale dell’eolico sono considerevoli, visto che si parla della possibilità di un raddoppio del livello di produzione entro il 2030.

Autorizzazioni e rivendita

Non vanno però trascurate difficoltà oggettive, legate al reperimento delle autorizzazioni necessarie, spesso ostacolate per motivi di impatto ambientale. A condizionare e frenare il mercato sono i continui cambiamenti delle norme che creano molte incertezze tra gli operatori. Infine, il tema legato alla rivendita dell’energia. La maggior parte di chi investe nell’eolico lo fa infatti per riguadagnare pensando alla cessione, essendo pochi gli impianti installati nei pressi di zone industriali in cui si possa sfruttare l’autoconsumo.

La possibilità più concreta è legata alla rivendita della produzione ai proprietari nazionali della rete di energia, che smista poi ai singoli condomini. L’alternativa è quella di affidarsi ad aggregatori di energia che attraverso l’esperienza nel trading si propongono come acquirenti a condizioni molto vantaggiose per il produttore, prendendo in carico gli oneri di sbilanciamento e gestendo attività legate alla mancata produzione eolica.

La sicurezza del fotovoltaico

Eppure, nonostante la convenienza offerta dall’eolico, la fonte di energia rinnovabile più… amata dagli italiani resta il fotovoltaico, scelto da un numero sempre crescente di proprietari per abbattere i consumi di energia tradizionale.
Entrando nel dettaglio si capirà il perché questo tipo di scelta è un affare pressoché sicuro, intanto basta partire dai numeri del fatturato, cresciuto negli ultimi 15 anni con un tasso medio annuale del 40% e che oggi vale da solo la metà di tutte le rinnovabili.

I costi

Il costo iniziale di un impianto fotovoltaico dipende principalmente dalle dimensioni dello stesso, da valutare in base allo spazio a disposizione e al fabbisogno di energia, variabile ovviamente a seconda che si viva da soli o si abbia una famiglia. La maggior parte degli impianti scelti dagli italiani hanno una potenza tra i 3 e i 6 KW, per un’abitazione media, mentre impianti da 1,5-2 KW riguardano immobili di dimensioni ridotte e quelli da 9-10 KW alimentano residenze di ampia metratura.

La domanda successiva è spontanea. Quanti pannelli servono per alimentare un impianto medio? All’incirca una dozzina, il cui costo medio è di 1000 euro, ma che in generale cambia in base a diverse variabili, come marca e qualità. Anche il posizionamento dei pannelli è legato alla variabile dei costi, in quanto questi devono ovviamente essere collocati in modo da sfruttare l’energia del sole, quindi sfruttando l’inclinazione del tetto a falde. Indispensabile è posizionare sulla superficie piana una struttura di supporto per i pannelli, solitamente in alluminio, per sfruttare la migliore inclinazione.

Da non sottovalutare anche il costo di una serie di elementi accessori, a partire da un sistema di batterie necessario per l’accumulo dell’energia: i costi delle batterie non sono trascurabili, ma i vantaggi sono considerevoli pensando al notevole risparmio perché grazie all’accumulo l’energia prodotta dall’impianto può essere utilizzata non solo in autoconsumo, ma anche nelle ore della giornata in cui non c’è il sole, rendendo così l’impianto quasi del tutto indipendente dalla rete pubblica.

Ancora maggiore è l’importanza rivestita dall’inverter, la cui importanza è fondamentale in quanto si tratta dell‘apparecchio necessario a trasformare la corrente continua generata dai pannelli in corrente alternata, quella che scorre negli impianti di casa. Il costo di un buon inverter si aggira sui 1.300-1.500 euro.

Tirando le fila, aggiungendo anche i costi per la manodopera e l’eventuale apporto di un tecnico professionista, il costo iniziale di un impianto fotovoltaico “medio”, quindi quello da 3 KW, comporta una spesa di circa 6.000 euro.

Autorizzazioni

Buone notizie vengono anche dal fronte delle autorizzazioni. Secondo quanto riportato da La Gazzetta Ufficiale, infatti, l’installazione, la riparazione, la sostituzione e il rinnovamento di pannelli solari e fotovoltaici a servizio di un edificio, da realizzare al di fuori di zone vincolate, sono esenti dall’approvazione del Comune.

Installare il fotovoltaico sul tetto di casa può quindi essere un’attività totalmente libera, a patto ovviamente che questa si trovi fuori da aree soggette a vincolo paesaggistico. In questo caso serve richiedere l’autorizzazione a un ente preposto, quali il Comune o la Soprintendenza per i Beni Architettonici.

La rivendita

Più articolato è il capitolo legato alla rivendita dell’energia. Affinché l’investimento si dica riuscito, infatti, serve la combinazione di due fattori, l’energia autoconsumata e il prezzo della vendita di quella che si vuole vendere, immettendola nella rete Enel. Fare cifre è difficile, ma è chiaro che la fonte di maggior ricavo sia legata all’autoconsumo e che la vendita resti un’attività complessa anche per una fonte di energia così “sicura”.

Oggi la quota energia prodotta e immessa in rete dagli impianti fotovoltaici viene pagata al corrente prezzo di mercato, così come accade per lo scambio sul posto, che resta la modalità più sicura per chi vuole rivendere in quanto permette di vedersi rimborsati i kWh di energia scambiati con la rete, oltre ad alcuni servizi di distribuzione, dispacciamento ed oneri.

Le Associazioni

La popolarità e la percentuale di penetrazione del fotovoltaico è tale che numerose sono le associazioni di categoria. Citiamo l’associazione italiana Solare, con sede a Monza. E ancora l’IFI (Imprese fotovoltaiche italiane), nata nel 2011 con il proposito di “porsi come punto di riferimento per istituzioni, enti e imprese industriali del settore per operare alla ricerca di soluzioni condivise volte allo sviluppo della produzione di energia elettrica mediante conversione fotovoltaica da fonte solare”. Infine, “Italia Solare”, che ha preso forma nel 2015 con l’intento di non essere unicamente un’associazione di rappresentanza delle aziende del settore, ma con l’obiettivo di promuovere ad ampio raggio la produzione di energia distribuita basata sulla fonte fotovoltaica.

La specificità dell’idroelettrico

La terza via più battuta sul fronte delle energie rinnovabili è quella legata alle fonti idroelettriche. La loro definizione può essere meno immediata rispetto a eolico e fotovoltaico. In sostanza si tratta di quell’energia resa disponibile ai morsetti di uscita di un trasformatore, posizionato a valle di un impianto idroelettrico. A propria volta il principio di funzionamento degli impianti idroelettrici si basa sulla conversione in energia elettrica dell’energia potenziale gravitazionale delle masse d’acqua sospese in grandi bacini e a quote elevate.

Non è troppo difficile capire che, vista l’immensa quantità d’acqua distribuita nel mondo, l’idroelettrico costituisca la più estesa tecnologia di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili a livello planetario, con i suoi 1.000 GW installati. La previsione entro i prossimi 30 anni prevede la riduzione di tre miliardi di tonnellate di emissioni annue di anidride carbonica da fonti fossili.

Costi e ricavi

Peccato che la costruzione di un impianto idroelettrico richieda cifre significative, anche se non facili da quantificare. Ai costi dei macchinari elettromeccanici necessari per la produzione di energia, come le turbine idrauliche, i generatori, i quadri elettrici e i sistemi di controllo e regolazione, va infatti aggiunto quello delle opere civili e idrauliche quali dighe, condotte forzate e restituzione a valle dell’impianto.

Come per le altre fonti trattate, i costi variano in base alla taglia dell’impianto e come per le altre fonti molto dipende anche dalla posizione geografica in cui si sceglie di collocare l’impianto, perché da esso dipendono fattori chiave come il salto e la portata idrica. Quanto ai costi specifici, legati ai singoli megawattora di energia prodotta, la gamma è vasta: si passa dai 60 €/MWh per impianti di taglia media, con costi di investimento specifici ridotti e vita utile di 40-50 anni, fino ai 380 €/MWh per impianti ridotti di piccola potenza (100 kWe – 1 MWe) con costi di investimento specifici elevati e vita utile limitata a 20-30 anni.

Si evince che la costruzione di un impianto di dimensioni medie non richiede una spesa iniziale troppo ingente e garantisce un buon rendimento. Il tutto senza contare che negli ultimi anni il campo di applicazione si è esteso grazie all’introduzione di nuovi macchinari per piccole potenze e piccoli salti grazie ai quali si è iniziato a sfruttare corsi d’acqua minori e canali artificiali. Inoltre, lo sviluppo di dispositivi funzionanti secondo la tecnologia idrocinetica, permettono la produzione di energia in torrenti anche in assenza di salto.

Le autorizzazioni: l’acqua è demanio pubblico

Quanto alle autorizzazioni, la costruzione di una centrale idroelettrica presenta specificità molto particolari.
La fonte idroelettrica è infatti l’unica, insieme a quella geotermica, che ha la particolare caratteristica di necessitare di un atto concessorio. Questo perché, ai sensi della normativa vigente (Dlgs 152/2006), l’uso del bene acqua è considerato demanio pubblico, mentre l’utilizzo delle altre fonti rinnovabili per la produzione di energia è letta come “attività economica non riservata agli enti pubblici e non soggetta a regime di privativa”.

Nel dettaglio, per l’idroelettrico è richiesta la Concessione di derivazione di acque pubbliche superficiali per uso idroelettrico, che ha durata trentennale, ma è rinnovabile alla scadenza e che richiede il pagamento di un canone periodico. La normativa nazionale vigente distingue tra le Concessioni relative alle “piccole derivazioni” e quelle per le “grandi derivazioni”. La competenza amministrativa in materia di rilascio delle Concessioni è della Regione per quanto riguarda le grandi derivazioni e delle Province per le piccole.

I margini di guadagno

Con buona probabilità qualcuno tra coloro che stanno leggendo questo articolo ha già effettuato il proprio investimento, magari acquistando pannelli solari oppure un’auto elettrica e magari sapendo poco dei margini di guadagno e del favore che tale scelta ha procurato all’ambiente. E soprattutto senza sapere su quale fonte è più conveniente investire.

L’energia solare e quella eolica sono fonti rinnovabili, come lo è l’idroelettrica. A tale riguardo occorre subito specificare che la maggior parte degli investimenti avviene nel fotovoltaico, seguito dall’eolico e dall’energia idroelettrica. Del resto non occorre uno scienziato per capire che in un paese come l’Italia “scommettere” sul sole e sul vento non è una scelta a perdere. I costi, peraltro, sono tutt’altro che proibitivi.

L’efficienza dei pannelli e il loro notevole rendimento di conversione, sempre in crescita, consigliano di investire sul fotovoltaico, che può contare anche sul fattore autoconsumo. Se si sceglie infatti di costruirsi il proprio impianto, che ogni giorno al sorgere del sole inizia a produrre energia, l’energia necessaria per alimentare le altre utenze elettriche rimaste accese durante la notte, come magari gli elettrodomestici di lavaggio azionati nelle ore serali per consumare meno (lavastoviglie o lavatrice), o utenze attivate di prima mattina, non viene fornita dalla rete elettrica, ma dal “nostro” impianto. Si è, appunto, in modalità Autoconsumo.

Ultimo, ma non ultimo, elemento a favore del fotovoltaico riguarda gli sgravi fiscali concessi dallo Stato. Nello specifico si tratta di una detrazione fiscale sull’IRPEF pari al 50% del costo dell’impianto, concessa dall’Agenzia delle Entrate. Questa cifra viene suddivisa in 10 rate di pari importo spalmate su un periodo di 10 anni, che vengono scomputate nella Dichiarazione Dei Redditi dell’intestatario dell’impianto.

L’altra faccia della medaglia: le criticità delle fonti rinnovabili

Tutto positivo, quindi? Diciamo non proprio… Prima di consigliarvi di andare a puntare già domattina sulla fonte rinnovabile che ritenete più affidabile occorre parlare anche delle inevitabili criticità che ostano al boom della green power.

La prima, nonché la più scontata, è legata alla variabilità dei fattori climatici, ovvero l’incostanza del meteo, fattore che caratterizza storicamente l’Italia per la sua posizione geografica, ma che ormai riguarda tutto il mondo. In soldoni: investire sull’eolico se poi il vento si ferma e le eliche smettono di lavorare può essere una disdetta, così come puntare sul classico fotovoltaico se ci si imbatte in un autunno con poche giornate di sole. Logico quindi che il sorpasso delle rinnovabili sulle fonti tradizionali acquisisce basi più solide in giornate di sole e quando, a fabbriche spente, i consumi sono meno forti.

L’altra faccia della medaglia dice, tuttavia, che di fronte a un considerevole calo delle tariffe anche il ritorno economico è inferiore, almeno per quanto riguarda eolico e fotovoltaico. Insomma, investire molto è una scelta sicura perché il rischio di perderci è minimo, ma i guadagni non sono esaltanti. Per semplificare è come se in una scommessa sportiva si puntasse sul favorito dato a 1,5 la posta e non sull’outsider quotato a 30. Fotovoltaico ed eolico sono inoltre accomunati da problematiche infrastrutturali che ne scoraggiano gli investimenti legati alle nuove installazioni da una parte e al rischio delle aree vuote tra una turbina e l’altra per quanto riguarda l’eolico.

Dall’altra parte va considerata la ripresa dei prezzi elettrici, tornati a salire dopo anni di magra. L’inadeguatezza degli impianti termoelettrici del nostro paese consiglieranno nel medio-lungo periodo (2030-2040) l’introduzione di accumuli in grado di accompagnare le fonti rinnovabili. Per questo si stima che nel 2025 l’energia idroelettrica sarà la principale fonte di elettricità, con una quota pari al 16% della fabbisogno mondiale, seguita dall’eolico, dal fotovoltaico e dalla bioenergia.

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